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domenica, 10 maggio 2009

Della tradizione e della libertà di sprizz

Lo sprizz è anche con il Campari. Campari, che poi "campari" vuol dire "vivere", in siciliano. O in meridionale.  Comunque lo sprizz, quando te lo chiedono, se sei una persona aggarbata tu devi chiedere "con l'aperol o col campari?". Che le possibilità sono 50 e 50. Non bisogna credere a quelli che affermano con certezza che lo sprizz quello vero sia solo quello con l'Aperol. A quelli che lo dicono, che dicono che lo sprizz sia solo quello con l'Aperol, se ero ancora giovane ed integralista, io ci smettevo la parola. Ora invece ci dico, va bene e gliene offro uno. Ogni cosa a suo tempo. Che infatti, se vogliamo fare della filologia spicciola, la Campari è del 1862 mentre la Barbieri è del 1919. Per dire eh.
A Ferrara, da me, lo sprizz ha solo il Campari, o l'Aperol, e il vino bianco, e la fettina di arancia o limone, e il ghiaccio. Da qualche parte lo fanno aggiungendoci pure altre cose, come la soda, o l'acqua frizzante, o l'oliva imbevuta nel gin. C'è anche una fazione di bevitori di sprizz della prima ora che ritiene sacrilegio addirittura il ghiaccio. Il vero sprizz è senza ghiaccio! dicono perentoriamente, con la brutalità che solo la forza della verità ha. Poi ovviamente da quando la Aperol ci ha fatto la pubblicità qualche anno fa, che a quelle due ragazze ci faceva dire "bevi anche tu Aperolsprizz con il ghiaccio e la fettina di limone", allora la gente si crede che lo sprizz sia solo con l'Aperol. Ma non è vero. Quella è la pubblicità. It's commercial, baby!  Comunque tanto per consapevolezza di con chi avete a che fare  quando in ricerca di felicità, andate a ordinare lo sprizz, se voi non specificate se lo volete con l'Aperol o con il Campari, e subito d'amblè ve lo preparano con l'Aperol, significa che nel barista c'è qualcosa che non va. O che il barista pensa che in voi ci sia qualcosa che non va. Significa che lo sprizz che state per bere è vuoto. Significa che quello sprizz che avete fra le mani c'ha solo i contorni.
Io lo sprizz con l'Aperol l'ho scelto dopo. Anzi, a me lo sprizz con l'Aperol mi ha scelta dopo, in un secondo momento. Lo sprizz con l'Aperol è arrivato da me quando ho capito che potevo essere una donna che coniuga forza e dolcezza, leggerezza e controllo, emancipazione e tradizione. Che quando mi sono iniziata io allo sprizz, chissà quanti anni avevo, forse 16, boh, comunque, quando mi sono iniziata io allo sprizz, io a 16 anni facevo tutto al massimo, facevo tutto tamarramente io a 16 anni, allora andavo al bar tutta gonfia e tronfia e ci dicevo "uno sprizz col campari" che il sottotesto era "che sono una tipa tosta io". Uno sprizz col Campari. Proprio come la tradizione, come i bevitori di sprizz dei primi decenni del secolo scorso, come gli operai, come quelli  che dopo il lavoro di fatica, si fermavano al bar il loro momento senza pensieri. Ora però, chock degli chock, io che gran parte dei miei introiti finanziari provengono dalla preparazione dello sprizz, io, a me che mi si riconosce una spiccata sensibilità nell'arte della preparazione dello sprizz, a me l'altro giorno mi hanno chiesto lo sprizz misto. Lo sprizz sia con l'Aperol che il Campari. Misto insomma. Io sono svenuta. Solo dopo una settimana di preparazione spirituale sono riuscita a trovare il coraggio di assaggiarlo. Io ho assaggiato lo sprizz misto. Ora ho paura di essere ricercata dalla polizia dello sprizz, che vabbè la libertà di sprizz, però non pensavo che ci si potesse spingere così oltre. Però invece si. Io l'ho fatto, lo sprizz misto. Io non lo berrò mai più lo sprizz misto. Che se cominciamo pure con l'introduzione e la commercializzazione dello sprizz misto mi sembra che proprio non c'è più etica. Io però ve lo dico, da quando ho bevuto lo sprizz misto, io non ho più quel lancinante mal di denti che da settimane mi stava impedendo la nutrizione.
postato da: senzaprogetto alle ore 10:47 | link | commenti (8)
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lunedì, 30 marzo 2009

Come siamo arrivati a questa fine di marzo 2009. Che bomba ragazzi, che bomba!!

Insomma, dicevamo? Ah si, che bomba! Che bomba questo primo trimestre del 2009. Io in questo primo trimestre del 2009 proprio che non ci ho capito niente. So many time ho perso la trebisonda, in questo primo trimestre del 2009. So many time ho preso posizione, ho espresso volontà, ho steso piani d'azione, mi sono aggrappata a convinzioni, ho cambiato opinione, ho cambiato atteggiamento, ho cambiato shampoo. Io mi sa che sono stata in mezzo ad una tempesta. Ad una burrasca. Io mi sa che sono stata dove non lo so dove sono stata, in questo primo trimestre del 2009. E non è neanche finita! Ci sono ancora due giorni! E meno male che ho messo per iscritto questo pensiero, che facendo i miei i calcoli, i quali calcoli dovevano risultare 31 marzo,  almeno mi sono ricordata di dovermi ricordare di fare gli auguri ad una mia amica che per sua immensa sfortuna è potuta venire a trovarmi per una settimana intera, sapete quando?? Eh, proprio in questo primo trimestre del 2009! Un periodo, diciamo, in cui io proprio non ho capito niente di quello che è successo. Io ero così, come in quel gioco che non lo so se c'ha un nome quel gioco. Il gioco che c'è un sacco di gente in cerchio e tu sei in mezzo, e quelli ti spingono e ti fanno sballottare da una parte all'altra e non ti puoi fermare. E anche se sembra facile, il passo che ti porterebbe dove vorresti proproi non riesci a farlo.
Oh ragà, che bomba. Io mi siedo.
Ma è già aprile?
postato da: senzaprogetto alle ore 00:42 | link | commenti (1)
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lunedì, 23 febbraio 2009

Il terzo lunedì

Era arrivato il terzo lunedì, e come da copione avevo aperto gli occhi attorno alle 11, avevo calciato il piumone in aria e in quell'attimo di sua libertà ero fuggita verso la finestra. Le nuvole stavano filtrando quella luce post atomica che mi fa tando casa... cielo padano plumbeo, dicevano quelli là di quel gruppo giovane degli anni '90.

Avevo aperto la finestra buttando fuori il mio sonno, mentre qualche altra finestra, non so quale, mi aveva fatto arrivare le parole di Across the Universe diffuse a nuda voce stonata da uno sconociuto vicino, così a gratis. Mi era sembrata una cosa bella.

Poi mi ero diretta verso il bagno, la luce accesa. La mia coinquilina lascia sempre la luce accesa. Ptchaf, la mia coinquilina lascia sempre le pozze d'acqua per terra dopo la doccia. Avevo scavalcato la vasca, che nel mio bagno giace senza criterio nel centro della stanza, lasciando mezza stanza dietro di lei e fino alla finestra, praticamente inutilizzabile. Avevo aperto la finestra per disperdere il vapore.

Pensiero-caffè.

Avevo cominciato a scendere le scale verso la cucina proprio nel momento in cui il postino stava facendo scivolare dentro qualche lettera per quell'amica mia che abitava qua prima di me, insieme ad una copia di The Economist che nessuno reclama mai. E come al solito da quando mi sono additta a quel telefilm, leggendo The Economist avevo pensato a Mr. Widmore.

Avevo aperto la porta e con la mente avevo immaginato due azioni, tanto per farmi un'idea di quale delle due sarebbe stata la più efficace. Nella prima ero andata direttamente in cucina a preparare la macchinetta, e il computer lo avevo acceso solo successivamente. Nella seconda facevo il contrario.

Avevo fatto il contrario: start - macchinetta - fuoco - password - tazzina - titoli  - tazzona - microonde - mail 

Forse era arrivato il momento di darci un taglio con quella pausa.
postato da: senzaprogetto alle ore 12:33 | link | commenti (3)
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giovedì, 19 febbraio 2009

In legittimo break

Insomma, i fatti stanno così. Apro gli occhi e sono le 11 o un orario attorno alle 11. Così oggi, così ieri, così da due settimane a questa parte. Che poi sono diventate quasi tre le settimane, ma ancora non abbiamo registrato i verbali di questi ultimi quattro giorni.
Sono passate due settimane da quando avevo un ufficio, una scrivania, un computer, persone da incontrare per il caffè, pranzi da condividere, riunioni, cene arrangiate nei pub con gente per cui hamburger, patate fritte e zuppe del giorno rappresentano un pasto dignitoso. Tutto finito.
Due settimane sono il tempo trascorso da qulla volta in cui camminavo salivo stringevo portavo e pensavo alienata,  sospesa tra un e mo? e un ora viene il bello!
Che cazzata non essere andata in vacanza da qualche parte. La prossima volta che finisce qualcosa sulla quale era impostata la mia giornata, la prima cosa da fare sarà partire. Partire. Break. Restart.
Il primo lunedì era andato secondo i migliori piani, sveglia naturale e subito su internet alla ricerca delle formule cv e lettera più accattivanti, esercizi di stile, applicazione di regolette da manuale. Buono.
Il martedì già le forze si erano dimezzate. Due cose da fare: attraversare la strada per ricongiungermi con la poste pay appena scesa alla stazione dell'ufficio postale, e spesa.  Due cose da fare e non  essere riuscirta a farle per tre giorni.
Il mercoledì la telefonata di quei  ragazzi gioiosi di quel posto gioioso dove avevo lavorato in attesa del grande salto, e la proposta di tornare da loro mantenendo la clausola di poter lasciare non appena trovo qualcosa che risponda alle mie aspirazioni professionali. Accetto.
Dovrei essere felice, di loro, del posto, di aver di che pagare l'affitto. Provo a figurarmi quell'immagine della busta con la mia iniziale e la cifra indicante il contenuto in termini di denaro e funziona, ma non più di tanto.
Giovedi. Dei giorni dal giovedi alla domencia non ho memoria. La memoria ricomincia a partire dal lunedì successivo, il secondo lunedì. Il lunedì in cui riprendo servizio nel posto di cui sopra. Seppur con tutta la consapevolezza della temporaneità e del fatto che tutto dipenda da me, con l'attenuante che quello sia un posto bellissimo, non riesco a togliermi un muso sul quale inciampo ad ogni passo e gli spilli negli occhi in grado di provocare lacrimazione ad ogni spiffero di vento.
Martedì, il secondo martedì. Peggio che peggio.
Forse mercoledì. Mercoledì potrebbe essere stato il giorno dell'ingresso nella prospettiva giusta. Il lavoro, quello temporaneo ha avuto i suoi annessi e connessi che si sono ripercossi sulle ore di svago da lì al weed end tutto. Uscite, socialità, convivialità.
Don't take it so bad mi ha detto quell'amica mia di terre straniere, e le spalle hanno cominciato a rilassarsi,  i pugni ad aprirsi. Niente più rigidità e stancanti formalità, niente più infinita fatica di comprensione a mezzo lingua straniera e niente più accontentarsi dell'approssimazione di quando per spiegarsi meglio non c'è tempo.
Ora è tempo di un break. Dalla ricerca di altro mi prendo un break.  Consideratemi in break. Quando sarò in break dal break mi saprò dire.
postato da: senzaprogetto alle ore 13:32 | link | commenti (1)
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mercoledì, 04 febbraio 2009

Del camminare, del salire, dello stringere e del portare.

Io  camminavo. Si, ricordo che camminavo ed ero altissima, forse non li poggiavo i piedi per terra. Camminavo e salivo le scale della metro Madou  che quando vedo il segnale della metro Madou penso a Gianni Ciardo che a Milano va nel bar e il barista barese appena lo vede lo riconosce in quanto barese e gli dice "Madou, che dalla faccia me ne sono andato!!".
Invece quando sono a Schuman mi viene in mente Human behaviour di Bjork, che quella dice Human con la acca dura, come le amiche stagiaires greche che se ne sono ritornate al paese loro.
Poi pensavo anche. Camminavo e pensavo. Indossavo il mio cappotto color panna che mi faceva sentire elegtantissima, e pensavo a questo sorprendente effetto dell'indossare un cappotto color panna.
Camminavo, pensavo e indossavo. Il braccio destro lo facevo passare sul davantii e con la mano  stringevo i manici della mia borsa appesa alla mia spalla sinistra. Quando ne ho preso coscienza ho deciso di mollarla e di lasciar cadere la mia mano lentamenete sul suo fianco di competenza.
Camminavo, pensavo, indossavo, stringevo e portavo. Avevo un bouquet di fiori nella mano sinistra. Lo avevo avuto in dono dai colleghi della mia unità perchè quello era stato il mio ultimo giorno.
Pensavo. Poi mi sono accorta che mamma mia, stavo pensando proprio forte e ho comandato di smettere.
La parte friendly di chaussée de Louvain, la place St. Josse, il sottopassaggio del mostro Pacific, che quando ci passo vicino a sto Pacific io penso agli Oceanic six, e la mia casa.
Sono entrata e ho cercato li divano. Ho appoggiato il bouquet così potevo smettere di portare, ho appeso la borsa che con l'altro braccio stavo ancora stringendo e mi sono seduta così da poter smettere di camminare.
Però stavo ancora pensando.
postato da: senzaprogetto alle ore 11:51 | link | commenti (8)
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